Cosa chiediamo davvero all’intelligenza artificiale? I dati ufficiali diffusi da OpenAI e le analisi più recenti sul comportamento di ricerca disegnano un utente che non “cerca” più nel senso tradizionale del termine: conversa, raffina, delega e — sempre più spesso — si confida.

Per un’azienda che fa marketing digitale, capire questo cambiamento non è un esercizio teorico: significa capire dove sta andando la SEO, come cambia il comportamento d’acquisto online e su cosa investire nei prossimi mesi.

Cosa chiedono davvero gli utenti a ChatGPT, Gemini e Copilot

I dati pubblicati da OpenAI a fine 2025 fotografano con precisione la situazione. Il 49% dei messaggi inviati a ChatGPT rientra nella categoria “Asking”, ovvero domande e richieste di consiglio. Il 40% dei messaggi è “Doing”: attività orientate a un risultato concreto, come scrivere un testo, pianificare un’attività o programmare. L’11% restante è “Expressing”: riflessione personale, esplorazione, gioco.

Circa il 70% dell’utilizzo complessivo riguarda la sfera personale, contro il 30% legato al lavoro. Nell’ambito lavorativo, però, il rapporto si ribalta: chi usa l’IA in ufficio ha una probabilità più che doppia di usarla per “fare” (scrivere, programmare, analizzare dati) rispetto a chi la usa fuori dal contesto professionale, dove prevale ancora la semplice ricerca di informazioni.

La scrittura resta l’attività lavorativa più comune in assoluto. Programmazione e auto-espressione, al contrario, restano attività di nicchia rispetto al volume totale delle conversazioni.

Cosa chiediamo all'intelligenza artificiale

I 4 grandi cambiamenti nel comportamento di ricerca

Dietro questi numeri ci sono quattro cambiamenti pratici, osservabili ogni giorno nel modo in cui le persone interrogano un motore di ricerca o un chatbot.

Ricerche più lunghe. Gli utenti non digitano più parole chiave secche come “ristorante Pisa”, ma formulano frasi articolate e domande complete, quasi a voler mettere alla prova il sistema. Questo fenomeno è particolarmente marcato nelle AI Overview di Google, dove le query composte da molte parole sono in aumento costante.

Ricerche continue. La ricerca non è più un’azione singola fatta di domanda e risposta. È diventata un’interazione a più passaggi: l’utente lancia una prima richiesta, valuta la risposta e la raffina, costruendo una vera conversazione con il motore di ricerca.

Ricerca ovunque. L’abitudine a interrogare un sistema intelligente si sta spostando dai motori di ricerca generalisti a qualsiasi ambiente digitale: un e-commerce come Amazon, un software gestionale, un sito verticale. L’utente si aspetta di poter “chiedere” ovunque si trovi.

Azioni integrate. I sistemi di ricerca non servono più solo a trovare, ma anche a fare. Il pulsante “+” comparso su Google per caricare file o usare la fotocamera è un esempio concreto: l’interfaccia di ricerca deve permettere di agire subito sui dati forniti, non solo di restituire un elenco di link.

Cosa fare oggi: strategia di contenuto e strategia tecnica

Anche senza dati completi, esistono due direzioni strategiche concrete che un’azienda può seguire da subito.

Sul fronte dei contenuti, per intercettare le ricerche lunghe e nutrire la conoscenza di base delle IA servono due tipi di risorse. Le risorse complete (una sorta di “Super Wiki” aziendale): contenuti approfonditi e ben strutturati sul proprio argomento principale, che forniscono ai sistemi AI il contesto necessario. Gli articoli aggiornati: contenuti freschi e tempestivi, capaci di intercettare la richiesta di informazioni attuali che una knowledge base statica non può soddisfare.

Sul fronte tecnico, la priorità è prepararsi alla ricerca ovunque e al mondo degli agenti. Implementare sul proprio sito un motore di ricerca interno basato su IA, o un chatbot proprietario, è oggi l’unico modo per raccogliere dati su come gli utenti interrogano realmente i propri contenuti. In parallelo, è necessario preparare tecnicamente il sito al “mondo agentico”: piattaforme come Shopify stanno già integrando protocolli che permettono a Google, ChatGPT o Claude di interagire direttamente con gli e-commerce. Un sito deve essere pronto a ricevere richieste e azioni da software esterni, non solo da visitatori umani.

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 Secondo i dati OpenAI, il 49% dei messaggi è una domanda o richiesta di consiglio (Asking), il 40% è una richiesta di svolgere un compito concreto come scrivere o programmare (Doing), l’11% è riflessione personale o auto-espressione (Expressing).

 Sì, ma non basta più da sola. La SEO si è ampliata in un concetto più vasto di visibilità digitale, che include l’ottimizzazione per le AI Overview e per le citazioni dei chatbot, oltre al posizionamento sui motori di ricerca classici.

Le Actions sono azioni che un’intelligenza artificiale compie in autonomia su un sito esterno per conto dell’utente, ad esempio completare un acquisto, senza che l’utente intervenga direttamente sulla pagina.

Un’azienda può prepararsi creando contenuti approfonditi e aggiornati che alimentino la conoscenza delle IA, e adeguando tecnicamente il proprio sito o e-commerce per dialogare con agenti autonomi, come già avviene su piattaforme quali Shopify.

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